venerdì 17 febbraio 2017

Camper, capitolo 2:"Buca delle lettere"

E' notte buia. Lei non poteva essere lasciata lì senza una parola.
La conobbi quando avevo 18 anni, veniva dalla Slovacchia e non capiva bene l'italiano. L'inglese però era perfetto. Faceva parte del corso di fotografia che frequentavo quando mi ero messo in testa di diventare un fotografo: una certa attinenza con quello che stavo studiando c'era, ma era troppo presto per rendersi conto che era una perdita di tempo.
Le lezioni si tenevano il lunedì sera in un negozio di fotografia che adesso è diventato una pizzeria di cingalesi. A quel tempo però nessuno pensava ai cingalesi.
Lei si sedeva due file dietro di me, sapevo a malapena come si chiamava, ma non ci avevo scambiato mai una parola.

Laura, come la donna che salvò la vita a suo nonno quando, durante un viaggio a Sabaudia, stava per affogare in mare.

Aveva tantissima voglia di esprimersi e dire la sua, ma il suo italiano la frenava. Un giorno arrivammo per primi al corso, e ci mettemmo a sedere accanto. Cominciammo a parlare in inglese, e si sentì sollevata: aveva bisogno di conoscenze in quel posto lontano dalla sua casa e dalla sua cultura. Ci scambiammo i numeri di telefono, mi disse dove abitava, se mi faceva piacere andarla a trovare. Avevo già una ragazza, risposi, non so se potrei.
Non era vero, volevo vedere come ci rimaneva. E ci azzeccai: fu delusa. Ma continuò a sorridere.
<< Chiama se cambia idea. >> Quello lo disse in italiano.
Dopo la lezione si avvicinò di nuovo a me, disse che aveva la macchina in quella direzione. Mi ha detto che non era vero solo sei anni dopo.

Mi disse che non conosceva la città, che all'università non si era ancora inserita bene perchè non c'erano molti slovacchi e l'italiano non era ancora il suo forte.
<< Erasmus? >>
<< Si. >>
<< E cosa studi? >>
<< Grafic. Vollio entrare in Disney Academy. >>
Era un segno del destino: un negozio di fotografia che si avviava al fallimento, una fidanzata inventata, una macchina parcheggiata sicuramente lontano dalla mia, una aspirante grafica che mi seguiva e un Mattia appena diplomato in grafica pubblicitaria che non studiava grafica all'università. Due sognatori, una via buia e triste, qualche vecchio che da dietro la finestra seguiva le partite di calcio.
Arrivato alla macchina la salutai, lei continuò per la sua strada.
Sapevo che non sarebbe finita lì.

Non meritava di essere lasciata sola, dopo tutto quello che aveva fatto per me. Mi avvicino a casa sua, mi rendo conto che era già da un po' che non la vedevo. Sapevo che era rimasta vuota per un paio di mesi, quando lei provò la convivenza con il demente del suo nuovo ragazzo, adesso diventato giustamente ex. Mi ero fatto l'idea che la casa fosse abbandonata a sé stessa, ma mi ero sbagliato.
Per molte settimane quella via era stato il viale delle speranze perdute, forse anche mesi. Mi venivano in mente tutte le volte che ero stato lì, o quasi: il primo appuntamento, la prima volta che entrai in camera sua, il momento in cui conobbi la madre (che mi ha sempre chiamato Matteo), il gatto alla finestra che sembrava far parte dell'arredamento, che scappava quando vedeva qualcuno, ma si lasciava avvicinare da me. Un miracolo della natura che nessuno si era mai riuscito a spiegare.

E' anche per lei che me ne vado via da questa landa piantata su un rigido regime di tristezza. Mi giro verso la finestra di camera sua, la luce accesa. Chissà, magari sta leggendo quello che avevo scritto poco prima e si è messa al telefono per chiamarmi (senza trovarmi perchè lo avevo lasciato nella vecchia casa). Magari adesso si precipita fuori, prende la macchina e mi raggiunge a casa. E io me ne rimango qui nel mio anonimato a guardarla, senza che lei se ne accorga. Ma nessuno si precipita fuori a quell'ora, neanche lei. La luce si spegne, tutto tace. Poi la luce azzurrina della tv illumina la camera, “è a letto” penso.
E' il momento giusto, anche se mi rendo conto che è una vigliaccata. So che non se lo merita, sento il desiderio di parlarle, forse anche che mi convinca a desistere quando ormai è tutto pronto. Capita a volte di organizzare tutto nei minimi dettagli e sperare poi che qualcuno ti faccia capire che stai sbagliando, di solito accade quando si progettano dei piani malvagi. Non della serie “dominio del mondo”, più qualcosa che, in condizioni normali, non si farebbe.
E quello che avevo progettato tanto normale non era.
Anche se la normalità me la devono ancora spiegare in cosa tratta.

Chiudo la busta, la metto nella buca delle lettere. Ora si, posso partire per la mia vita.

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