giovedì 5 gennaio 2017

Treno che vai, treno che vieni

Era un giorno perfetto, o quasi.
La via era vuota, le luci dei lampioni lentamente si spegnevano e la vita cominciava a farsi viva da quelle parti. C'erano delle nuvole in cielo, ma niente di preoccupante. Era molto presto per uno come lui, abituato a strabaccarsi nel letto fino a mezzogiorno, ma quel giorno era magnifico. Troppo magnifico. Magnificissimo. Magnificerrimo.

Quel giorno l'avrebbe rivista.

L'ultima volta fu un anno e mezzo prima; un lungo abbraccio alla stazione, un saluto dal finestrino e quello sguardo strano, un "mi mancherai" mischiato ad un "vorrei ma non posso". Non aveva mai capito bene in fondo cosa significasse quello sguardo: lei non poteva non tornare a casa, e la distanza tra di loro era troppo grande. Tutto troppo grande e affascinante per poter durare.
Quando lei arrivò nella sua vita cambiò tutto. Un giorno per caso, all'improvviso, come ogni cosa bella che possa accadere, anche se fino ad allora sembrava che ogni evento fosse stato scritto senza coglierlo impreparato. Lei fu la tempesta, il terremoto, l'arcobaleno dopo il temporale. L'aveva trovata per strada, aveva l'aria di non sapere dove si trovava. Sembrava impaurita, manteneva le distanze con chi si avvicinava.
" Posso aiutarti? "
Lei restò muta, ma fece capire che.. si, aveva bisogno di aiuto. Non era di quelle parti, e per certi versi assomigliava a lui: non molto sbarazzina, attenta a non sporcarsi le mani. E con un grande desiderio di libertà: forse per orgoglio o per diffidenza non chiedeva aiuto a nessuno, voleva che il destino fosse nelle sue mani. Non voleva orari; voleva vivere secondo le sue regole. Voleva vedere il mondo.
Ci stava riuscendo, ma quel giorno, lontana da casa, il suo istinto di sopravvivenza non le consigliava niente. Era bloccata, stava elaborando troppo.
" Beh, io vado da questa parte, se vuoi seguirmi.. "
Ed iniziò tutto: senza una parola lei andò dietro ad un ragazzo mai visto prima. Lui se ne accorse e la fece entrare in casa: due anime solitarie ritrovate sulla stessa strada. Che non si lasciarono finchè non emerse la verità: lei era scappata di casa.
Sapeva cosa fare, ma non voleva: in quella casa non entrava mai nessuno, e lei le aveva dato la speranza di un mondo migliore. Fare la cosa giusta significava rinunciare a quell'affetto di cui era diventato succube, che gli mancava da troppo tempo e al quale non avrebbe rinunciato mai.

Il treno arrivò puntuale, anche lui lo era. Quando lei lo riconobbe fu pervasa dalla gioia: finalmente si potevano riconciliare! Non erano cambiati affatto: sembrava che tra quell'abbraccio e l'ultimo non fosse passato tutto quel tempo. Sembrava uno di quei giorni passati a farsi le coccole a vicenda, senza che il mondo bussasse mai alla loro porta.
La padrona guardava con diffidenza quel ragazzo dai jeans un po' strappati con l'aria plebea: " Signore, non stropicci troppo la mia Sissi ".
Non la ascoltò per niente.
Le voleva bene come se fosse una fidanzata. In fondo, quella gatta era stata la sua compagna di vita.

3 commenti:

Alikea ha detto...

Poesia. Nulla da aggiungere solo: pura poesia.

P.S. Incontriamoci in Piazza Grande una notte di luna piena, se siamo così simili le nostre ombre sapranno riconoscersi ;)

Deriolend ha detto...

Se riconoscessi una persona mai vista dalla sua ombra sarebbe un'emozione mai provata e probabilmente indescrivibile..sarei tentato di fare un salto in piazza Grande (soprattutto quella con magalli presentatore) ma mi limiterò a farti notare nonna papera sulla destra.

Alikea ha detto...

Ho sempre adorato Nonna Papera. E vorrei dire che porta i suoi anni benissimo! u.u
Io sono un amante dei gatti neri. Così. Per informazione.