martedì 21 marzo 2017

Quando il trash televisivo era carino e simpatico

Una volta, se uno era demente, non lo faceva per diventare famoso. Semplicemente era demente.
La sua fama si poteva estendere con un passaparola fatto di racconti epici che, di bocca in bocca, si tramutavano in eroiche imprese sempre più estrose e al limite dell'impossibile.
L'epicità rimaneva assoluta.

Parlando di tv invece, vivevano tra le tv locali i cosiddetti "fenomeni da baraccone", veri e propri precursori del trash, che non andavano in cerca di gloria (o vanagloria) ma semplicemente andavano in tv per fare del sano e becero spettacolo trash.
Perchè sano? Perchè non era costruito per essere virale. Nasceva e moriva nel momento in cui le telecamere si accendevano e si spegnevano. L'assenza dei social e di Youtube aiutava a mantenere la vita di queste persone "normale", senza essere presi d'assalto da orde di idioti in cerca di selfie.

Esisteva in un lontano passato una tv ai più sconosciuta, Tele Val di Magra, e un programma, Notte TVM. In questa trasmissione si poteva parlare di tutto, senza filtri e senza censure. A condurre le danze ci pensava Roberto Panicucci, detto Robertino. Si poteva intervenire in diretta telefonica per poter dire ciò che si voleva. Un limite: la maggior parte delle persone che chiamava erano ragazzetti che facevano scherzi telefonici. Ma il buon Robertino rispondeva a tutti, con proverbiale ironia.

Dal momento che la trasmissione aveva preso questa piega, si decise di essere più giovani, di regalare qualche sorriso in più a chi la seguiva. E si inventarono cose come questa, che neppure la Gialappa's nella loro rubrica "Piccole Antenne Crescono" si erano mai sognati di trasmettere.



Personaggi trash, situazioni trash, se venissero trasmesse oggi su Canale 5 diventerebbero idoli che ogni settimana dovrebbero organizzare qualche puttanata cosmica per aumentare l'audience. Qui stiamo parlando di una tv sconosciuta in tarda notte. Si voleva solo regalare una risata.
Almeno con me, ci sono riusciti. Grazie Robertino, pace all'anima tua.

lunedì 13 marzo 2017

PORNO




Basta già questo poster per capire in che mondo ci troviamo.
Avrei preferito metterne un altro ma ho paura che me lo eliminino, se volete però vi metto il link: Porno Rambo. Cioè.. parliamone: PORNO RAMBO!
Non posso dire di aver vissuto la mia vita se non ho mai visto un film in cui c'è PORNO RAMBO! Io me lo ricordavo diverso, lui taciturno che ogni volta viene istigato alla violenza, il desiderio di americanità che sviscera dal mitra e dal coltello.. e adesso me lo ritrovo.. a trombare!
Ma chi poi? Il capitalismo? I vietnamiti? I russi? Oppure è ambientato dopo il quarto film, in cui lui, tornato a casa, decide che dopo una vita passata a odiare sè stesso e ad ammazzare gente, si rende conto di non aver mai scopato in vita sua? E allora gonfia di bordelli in Manhattan Street, o dove cacchio abita lui, e via, verso nuove e mirabolanti avventure.
Potrei andare avanti molto, ma preferisco essere breve e conciso.

lunedì 6 marzo 2017

Lettera ad un vincitore, lettera ad un amico

"Caro silvano il mago di Milano, sta diventando una moda quella di salire sul carro vincente quando si tratta di te. L'anno scorso, nonostante tutto, la tua vittoria era annunciata, quest'anno c'è stato più brivido. L'anno scorso era la tua prima volta, adesso stai diventando un habitué. Il futuro ci dirà se ci regalerai altre gioie, perché in fondo, noi che ti siamo rimasti accanto, non siamo felici per noi stessi, ma per te, per vederti là in alto dove (a quanto pare!) meriti di stare. Sei partito con un sogno che non si è ancora realizzato, ci vorranno ancora anni. Noi, che ti conosciamo da quando eri uno strinato studente dello Stagio Stagi, che magari ci troviamo sulle palme dell'isola di Tenerife, siamo sempre al tuo fianco. Magari qualche benpensante ti dirà che non meritavi la vittoria, che Trump assomigliava alla Merkel, e si sa, i benpensanti hanno sempre ragione. Ma lo faranno guardandoti dal basso: il carro vincente è il nostro.
Ps:non t'azzardare più a mettermi quelle cazzo di robe ferrose e pese sulle spalle. Davvero."





Silvano Bianchi, campione del Carnevale di Viareggio 2017 (e anche 2016)
categoria Mascherate Isolate

domenica 26 febbraio 2017

Mi andava di scrivere qualcosa a proposito di ciò che è successo al lidl, immagino tutti sappiamo la storia, quindi è inutile stare a spiegarla.
È stato scritto tanto, e da tanti.
Non so se la mia opinione, esattamente come quella degli altri, sia necessaria o perlomeno utile, ma ci tenevo a dirla, in questo spazio pubblico/ privato, per alcuni intimi.

È una sconfitta per il genere umano.

È una sconfitta la condivisione del video.
È una sconfitta il pensiero di rinchiudere persone.
È una sconfitta la necessità di riprendere con il cellulare.
È una sconfitta la derisione di quella donna.
È una sconfitta il suo urlo.
È una sconfitta il suo sguardo fisso sulla telecamera, una volta capito di essere ripresa.
È una sconfitta lo schieramento, da entrambe le parti.
È una sconfitta il proseguimento di questa storia.
È una sconfitta se non finirà qua.

È una sconfitta la disperazione.

venerdì 17 febbraio 2017

Camper, capitolo 2:"Buca delle lettere"

E' notte buia. Lei non poteva essere lasciata lì senza una parola.
La conobbi quando avevo 18 anni, veniva dalla Slovacchia e non capiva bene l'italiano. L'inglese però era perfetto. Faceva parte del corso di fotografia che frequentavo quando mi ero messo in testa di diventare un fotografo: una certa attinenza con quello che stavo studiando c'era, ma era troppo presto per rendersi conto che era una perdita di tempo.
Le lezioni si tenevano il lunedì sera in un negozio di fotografia che adesso è diventato una pizzeria di cingalesi. A quel tempo però nessuno pensava ai cingalesi.
Lei si sedeva due file dietro di me, sapevo a malapena come si chiamava, ma non ci avevo scambiato mai una parola.

Laura, come la donna che salvò la vita a suo nonno quando, durante un viaggio a Sabaudia, stava per affogare in mare.

Aveva tantissima voglia di esprimersi e dire la sua, ma il suo italiano la frenava. Un giorno arrivammo per primi al corso, e ci mettemmo a sedere accanto. Cominciammo a parlare in inglese, e si sentì sollevata: aveva bisogno di conoscenze in quel posto lontano dalla sua casa e dalla sua cultura. Ci scambiammo i numeri di telefono, mi disse dove abitava, se mi faceva piacere andarla a trovare. Avevo già una ragazza, risposi, non so se potrei.
Non era vero, volevo vedere come ci rimaneva. E ci azzeccai: fu delusa. Ma continuò a sorridere.
<< Chiama se cambia idea. >> Quello lo disse in italiano.
Dopo la lezione si avvicinò di nuovo a me, disse che aveva la macchina in quella direzione. Mi ha detto che non era vero solo sei anni dopo.

Mi disse che non conosceva la città, che all'università non si era ancora inserita bene perchè non c'erano molti slovacchi e l'italiano non era ancora il suo forte.
<< Erasmus? >>
<< Si. >>
<< E cosa studi? >>
<< Grafic. Vollio entrare in Disney Academy. >>
Era un segno del destino: un negozio di fotografia che si avviava al fallimento, una fidanzata inventata, una macchina parcheggiata sicuramente lontano dalla mia, una aspirante grafica che mi seguiva e un Mattia appena diplomato in grafica pubblicitaria che non studiava grafica all'università. Due sognatori, una via buia e triste, qualche vecchio che da dietro la finestra seguiva le partite di calcio.
Arrivato alla macchina la salutai, lei continuò per la sua strada.
Sapevo che non sarebbe finita lì.

Non meritava di essere lasciata sola, dopo tutto quello che aveva fatto per me. Mi avvicino a casa sua, mi rendo conto che era già da un po' che non la vedevo. Sapevo che era rimasta vuota per un paio di mesi, quando lei provò la convivenza con il demente del suo nuovo ragazzo, adesso diventato giustamente ex. Mi ero fatto l'idea che la casa fosse abbandonata a sé stessa, ma mi ero sbagliato.
Per molte settimane quella via era stato il viale delle speranze perdute, forse anche mesi. Mi venivano in mente tutte le volte che ero stato lì, o quasi: il primo appuntamento, la prima volta che entrai in camera sua, il momento in cui conobbi la madre (che mi ha sempre chiamato Matteo), il gatto alla finestra che sembrava far parte dell'arredamento, che scappava quando vedeva qualcuno, ma si lasciava avvicinare da me. Un miracolo della natura che nessuno si era mai riuscito a spiegare.

E' anche per lei che me ne vado via da questa landa piantata su un rigido regime di tristezza. Mi giro verso la finestra di camera sua, la luce accesa. Chissà, magari sta leggendo quello che avevo scritto poco prima e si è messa al telefono per chiamarmi (senza trovarmi perchè lo avevo lasciato nella vecchia casa). Magari adesso si precipita fuori, prende la macchina e mi raggiunge a casa. E io me ne rimango qui nel mio anonimato a guardarla, senza che lei se ne accorga. Ma nessuno si precipita fuori a quell'ora, neanche lei. La luce si spegne, tutto tace. Poi la luce azzurrina della tv illumina la camera, “è a letto” penso.
E' il momento giusto, anche se mi rendo conto che è una vigliaccata. So che non se lo merita, sento il desiderio di parlarle, forse anche che mi convinca a desistere quando ormai è tutto pronto. Capita a volte di organizzare tutto nei minimi dettagli e sperare poi che qualcuno ti faccia capire che stai sbagliando, di solito accade quando si progettano dei piani malvagi. Non della serie “dominio del mondo”, più qualcosa che, in condizioni normali, non si farebbe.
E quello che avevo progettato tanto normale non era.
Anche se la normalità me la devono ancora spiegare in cosa tratta.

Chiudo la busta, la metto nella buca delle lettere. Ora si, posso partire per la mia vita.

lunedì 13 febbraio 2017

Giochino demenziale

Avevo voglia di scrivere un po'di puttanate, ed eccomi qui, solerte come non mai.
Oggi vi propongo un giochino idiota a tutti voi (ovvero Nene e pochi altri): ho pensato ad una parola che raramente pronunciamo, in quanto non è nella top ten dei nostri pensieri, e ho focalizzato 10 domande su di essa che mai e poi mai potreste aver pensato.
Io non rispondo, fatelo voi per me.
La parola che ho scelto è ASCELLE.

1) esistono degli shampoo per loro?

2) se ci faccio le trecce sono più trendy?

3) che nome posso dare loro?

4) dove posso trovare uno strumento per accordarle?

5) se provassi ad infilarci una noce riuscirei a schiacciarla?

6) chissà se ci metto il portachiavi se rimane attaccato..

7) perchè non esiste un film dedicato a loro?

8) in Francia esisterà un reggi baguette da attaccare alle ascelle?

9) hanno mai pensato al profumo "eau de ascelle"?

10) perchè quando cerco "ascelle" su google, tra i correlati compare Julia Roberts?



Ah ok.. ho capito.

mercoledì 8 febbraio 2017

Pensieri aeroportuali

Aeroporto di Madrid, sono le 10 di sera, circa.
Il volo partirà in ritardo e, di conseguenza, arriverà in ritardo, per la gioia di molti.
Sto per andare nell'isola di Tenerife per la prima volta, dove l'inverno non esiste; solo una perenne stagione estiva per chi ha voglia di mare e di caldo 24 ore non stop.
Sono nel sedile vicino al corridoio (per me pessimo perchè preferisco quello al finestrino) e accanto a me ci sono due donne, madre e figlia.

Délia (la figlia) e Encarna (la vecchia).

Essendo un maschio di età compresa tra i 18 e i 35 anni, sarebbe estremamente semplice per me scrivere una lode sull'estrema figaggine della giovane spagnola, 'na roba esagerata che non le stacchi gli occhi di dosso neanche se starnutisci (che chi non lo sapesse, quando si starnutisce è impossibile tenere gli occhi aperti).
Invece, siccome sono originale, parlerò di Encarna, donna più assomigliante alla nonna che alla madre della biondona mozzafiato.
Non ho idea di quanti anni abbia, ma è il suo primo volo.
Per la prima volta nella vita guarderà il suo mondo dall'alto verso il basso.
Ha la classica tensione della prima volta in aereo: ha paura che caschi, che vada male qualcosa, che invece di alzarsi va a sbattere contro qualche montagna.
E' agitata, nervosa, si guarda attorno, ride; ripete nella sua testa e ad alta voce parole come "o diòs mio" e "o hija mia", alla quale tiene stretta la mano (la bonazza la libererà una mezz'oretta dopo, più che provata).

Ci siamo, l'aereo muove i suoi primi passi nel buio madrileno.

Encarna stringe ancora più forte la figlia, la hostess chiede di riaprire la finestra, l'aereo accellera e la donna ha gli occhi sgranati, adesso è il suo silenzio a spaventarla, solo l'aereo parla.
La punta si alza, il corpo viene spinto verso il sedile, le luci diventano piccole e Madrid torna a farsi vedere da dietro i muri del terminal 1. Encarna guarda di fuori, ed è felice. "Mira mira!" esclama alla figlia.
Guardo quella signora con ammirazione: alla sua età, ha ancora la forza di stupirsi, ha la felicità di provare un'emozione mai avvertita prima. Ha superato la tensione, l'oscurità e le nuvole inghiottono la Spagna. Ci sono tre ore di volo prima di atterrare, e quella donna è serena.
E ammetto che sono geloso della gioia di quella signora.


(ps: lei si chiama Lara Gut, è una sciatrice svizzera. Délia le assomiglia tanto)