giovedì 26 ottobre 2017

Divani e poltrone

C'è un momento della vita in cui ti rendi conto di essere diventato grande. Dipende un po' dalla persona che sei, si possono fare tanti esempi. C'è chi diventa grande perché comincia a lavorare. C'è chi fa un figlio. C'è chi sente tante responsabilità.
Io sono diventato un po' più grande quando mi sono messo a sfogliare con un certo interesse il catalogo di mondo convenienza.
Mi sono accorto di preferire una cucina dai colori vivi piuttosto che una deprimente in legno (color legno, chiaro o scuro che sia).
Preferire i fornelli a induzione elettrica anziché i classici a gas.
Un letto con una testiera comoda e il vano contenitore.
Un armadio con lo specchio.
Divano letto. O comunque a tre posti e assolutamente non in pelle.

Si, un giorno diventerò grande per davvero.

venerdì 6 ottobre 2017

Cosa che cazzo che.

Domani per me sarà una giornata davvero importante.
Prenderò (un'altra volta) il pullman alle due di notte per essere in città alle otto di mattina (tralasciando il fatto che per un viaggio del genere ci vuole la metà del tempo ma vabbè lasciamo perdere che sennò ci vuole troppo) e dopo pullman su pullman vedrò cosa mi riserverà il destino.

Ci ho girato intorno tutta l'estate, forse da una vita. Forse però ci siamo: la vita, appunto, la cambio.
Cambio città, cambio vita, si dice così no?
Domani vado a vedere una casa, dovrebbe essere quella giusta. Si tratta di decidersi in tempo e sperare che non ci siano inghippi che mi facciano perdere tempo e speranze. Poi? Poi si va.

Quasi dieci anni fa mi chiesero dove mi sarei visto tra dieci anni. Io risposi che mi sarebbe piaciuto prendere un camper e girare ovunque. Giusto per il gusto di poter dire di abitare dove e quando volevo io. Mi venne risposto che sono un ragazzo che non ha radici, non ha legami. Io pensai più che altro che ero un ragazzo senza soldi. Ma ora che quei dieci anni sono quasi passati, devo dire che sì, non sento le radici. Non sento di appartenere ad un posto, o almeno a quello che ho adesso. Non sento di avere degli amici a cui poter dire tutto quello che voglio. Difatti loro non hanno idea di quello che sto facendo e pensando adesso. Di questi propositi ho parlato solo con gente lontana: lontana chilometri, lontana di affetto, lontana di ricordi. Un po' come scriverlo qui: al momento nessuno legge queste righe, probabilmente se fossi stato più presente sarebbe diverso, ma questa è un'altra storia.
Da parecchi anni ho la netta sensazione di non poter confidare tutti i miei pensieri ai miei amici. Perché per loro è più importante sapere ed parlarne con gli altri, piuttosto che ascoltarti per davvero. Se non è così che un meteorite mi colpisca.
Da parecchi anni mi confido con persone che vedo di rado o che proprio non vedo. Anche questo potrebbe essere il significato del blog, far uscire pensieri che altrimenti rimarrebbero chiusi qui.

Cambiare città e traslocare significa aprire un nuovo libro e cominciare a scrivere una nuova storia. E sì, ho paura. Per quanto non riesca a sopportare la vita che ho qui, ho paura di non farcela.
Al momento lo spavento più grande sono i soldi: potrebbero non bastare se lassù non dovesse succedere niente di nuovo. Poi potrei addirittura sentire nostalgia di alcune cose.
Di certo non tornerò indietro. Non scrivo tutto perché sono cose mie, ma si tratta di un viaggio di sola andata. Non farò ritorno a dove ero prima.
Immagino che gli amici a parole diranno che verranno a trovarmi, ma in cuor mio so che non sarà così. So che li perderò uno ad uno. E forse, tutto sommato, potrebbe essere meglio così. Altrimenti perché sentirei questo bisogno di volatilizzarmi?

Ho tanta paura perché il mondo non è pronto a darti una mano quando serve. Il mondo ti insegna solo a cavartela da solo e ti satura di bei pensieri come "mai arrendersi".

Esisteva un programma anni fa, si chiamava "Voglio vivere così", dove tizi decidevano di andare a vivere in un altra città/paese/continente e dovevano scegliere tra le case che venivano proposte. Lo guardavo con grande trasporto, sapevo che prima o poi sarebbe toccato anche a me.

Voglio vivere così.


martedì 29 agosto 2017

Boulevard of broken dreams 3

L'ultima Boulevard in ordine cronologico si chiama via doria. In realtà sarebbe più corretto citare il paese, oppure, rimanendo in tema, tutta la strada che divideva le nostre case. Un'ora e un quarto di macchina (senza traffico), l'approdo in un'altra regione, luoghi ignoti prima di conoscerti.

Eravamo ad una festa di carnevale, mi ero vestito da morte ma non indossavo la maschera. Ero ad un tavolo pieno di sconosciuti e semi-conosciuti. Non sapevo neanche come ti chiamavi. Mi dissero che sembravo un prete, mi dicesti che per sembrare la morte dovevo avere una falce. Ti risposi con estrema spontaneità "vuoi che la tiri fuori la falce?". Caló un silenzio imbarazzante su quel tavolo, io me ne fregai altamente. Qualsiasi ragazzo si sarebbe messo ko da solo con quella frase, non io. Lei si avvicinò a me più tardi, finimmo in macchina a bere spumante. Nacque tutto quella sera.

Più ci pensavo più mi rendevo conto della sua assenza di difetti. Era più di quanto avrei potuto sperare dalla vita. Era una gioia averti accanto appena sveglio, un sollievo addormentarsi al tuo fianco. La mia felicità viveva nei tuoi sorrisi.

Per la prima volta immaginavo un futuro insieme. Una vita fatta di "che vuoi per colazione?" "A che ora torni?" "Andiamo al cinema stasera?" "Se passi dal mercato mi prendi un paio di ciabatte?". La meravigliosa quotidianità. Lo stupefacente tran tran. Vedevo le nostre vite insieme. Più il tempo passava più mi rendevo conto di non poter fare a meno di lei. Un mondo senza di lei era inconcepibile.

In realtà un difetto esisteva. Ed era bello grosso: lei non mi amava. Quando me lo disse non capii subito quale poteva essere la portata di quella notizia. Cominciai col sentirmi vuoto, poi smanioso di rifarmi. Alla fine, dopo mesi di transizione, la realtà: avevo perso la donna della mia vita. E cominciai a passare i giorni con le lacrime che scendevano da sole, anche quando pensavo ad altro. Poi le vere e proprie crisi di pianto. Il compleanno senza di lei. Il natale senza di lei. Il capodanno senza di lei. Tutte occasioni in cui la depressione prese il sopravvivento alla voglia (nulla) di festeggiare. Una lotta silenziosa che ancora oggi devo combattere, pur senza piangere.

Ancora oggi mi perdo in quei ricordi, in quelle attenzioni che non avevo mai ricevuto. Sento che giorni così non ritorneranno mai più. Da quel giorno il mio cuore è piccolo piccolo, ha paura a farsi avanti. Ha ancora il dolore dentro di sé. C'è una corazza a proteggerlo da altre batoste. Sento che batte, ma piano piano. Poco poco. I battiti della più grande illusione della mia vita.

venerdì 25 agosto 2017

Boulevard of broken dreams 2

La seconda boulevard è l'angolo tra via fratti e via XX settembre. In quel luogo la mia parte più pura, quella sognante ed anche un po' ingenua, ha cessato di esistere per far spazio alla parte più cinica e spietata di me. In poche parole la parte migliore se n'è andata per sempre.

Quella sera non dovevo essere lì. Dovevo andare da tutt'altra parte, il caso e circostanze avverse mi portarono lì all'ultimo minuto. Lei l'avevo vista un paio di volte, ci avrò parlato mezzo secondo. Quella sera invece lei si prese una cotta per me. Giocai al gatto col topo fino alla fine, quando ci trovammo in macchina insieme. Fu il bacio più bello e scomodo della vita.

Riuscii ad addormentarmi solo alle 7,30 di mattina, tanto ero eccitato ed entusiasta di ciò che era capitato. Ci vedemmo due giorni dopo, il tempo era instabile e non sapevo dove portarla. Quando uscì un pallido sole andammo in spiaggia, vuota grazie alla primavera in corso. Ricordo che tu volevi fare una corsa e io dovevo acchiapparti. Ti diedi cinque secondi di vantaggio, non ne hai approfittato. Siamo finiti a rotolarci nella sabbia.

Pensavo solo a lei. Stavo fisicamente male senza di lei. Mi resi conto di non essere mai stato così innamorato. Fu quello il mio errore: essere suscettibile ai facili entusiasmi.

Lei cambiò in una settimana: di colpo distante, di colpo diversa. Fino a quando non mi scaricó: aveva l'esame di maturità, non poteva perdere tempo. Ero tempo perso.

Mi crollò il mondo sotto. Passai l'estate senza radermi la barba. Come poteva una ragazzina ridurmi così dopo una frequentazione di un paio di settimane? Ho cominciato a rinunciare ai sogni e ai miei desideri sotterrandomi nella voglia di non vivere.

Poi la vita va avanti. Prima o poi ci si rialza, si deve tirare avanti. Da quel giorno però non riesco più a vivere la felicità. So che è un momento, so che può finire. E penso quindi che prima o poi finirà.

Ma soprattutto mi manca costanza.

martedì 8 agosto 2017

Boulevard of broken dreams 1

Ci sono delle strade che io chiamo, come una canzone dei Green Day, strade delle promesse infrante, che ripercorro con la memoria in solitudine senza sapere dove conducono. O meglio si, lo so benissimo dove vanno a finire. Ma la testa ci va lo stesso.

La prima strada delle promesse infrante si chiama via della polveriera, nome assai azzeccato visto come andrà a finire la storia. La via che ancora oggi a distanza di dieci anni mi fa ancora battere il cuore, quando all'epoca dei fatti ero solo un ragazzino idiota che non sapeva come comportarsi nella vita. E pure lei lo sapeva, ma mi aveva accettato così com'ero: sfigato, impacciato e con quei capelli lunghi che tradivano il mio essere interiore. Quante volte ho percorso quella strada con il batticuore, quante volte i miei sogni sono andati perduti.

Mi ricordo quella volta che dovetti scappare da casa tua perché stava arrivando tua mamma, io che ero arrivato lì proprio perché se n'era andata. Tornò prima e dovetti fuggire in motorino, prendendomi la pioggia più intensa della vita, ho ancora impresso le gocce d'acqua nella schiena.

Tu eri sola come me, volevi qualcuno che ti capisse. Io volevo una ragazza. Alla fine non siamo stati nè l'uno nè l'altro. Ci siamo buttati via senza dirci addio, ci siamo persi per orgoglio, quello che ci ha evitato di fare il primo passo per ritrovarci. Ho ancora questo senso di colpa addosso, ogni anno bussa alla mia porta.

Una sera ero nella discoteca vicino casa tua. Mi stavo annoiando, così uscii e mi incamminai verso la tua casa. Ero lì fuori con i miei vecchi sogni e le luci spente. Guardai il campanello, il nome era strappato. In cuor mio sapevo già che te ne eri andata, solo non so dove.

So che ti sei rifatta una vita, che hai una famiglia, un figlio. Non potrei essere più felice per te. È la gioia che cercavi e che hai trovato.

Chissà se ci ritroveremo.
Chissà se potrai perdonarmi.

lunedì 29 maggio 2017

Y Ddraig Goch

C'era una volta un re di nome Vortigern, che decise di costruire un castello nella terra di Dinas Emrys. Ogni notte però, ciò che veniva costruito finiva con l'essere distrutto misteriosamente, senza motivo. Si pensava a forze oscure, ad una magia nera che aleggiava in quel luogo, così, per riappacificare gli spiriti, il re decise che si doveva dare in sacrificio un ragazzo senza genitori. La scelta ricadde su Merlino, che era pure un mago, il quale spiegò al re che non erano forze misteriose a distruggere il suo castello, ma due draghi, uno rosso ed uno bianco, che da molto tempo combattono in quella terra. Il vincitore della battaglia avrebbe deciso il destino di quella terra: sarebbe stata pace o guerra. A vincere fu il rosso, con il quale le persone del luogo (ovvero i gallesi) si identificarono subito, rinnegando l'essere inglesi, per proteggere la propria cultura. Il Galles fa parte del Regno Unito, ma nella Union Jack (ovvero la bandiera) non ci sono riferimenti al Galles: in passato vi sono state proposte per inserire il drago rosso (nome originale "Y Ddraig Goch"), ma sono sempre state bocciate. Ed anche in patria il dragone non ha avuto vita facile: solo grazie ad Enrico VII (quindicesimo secolo) fece la sua comparsa su uno stendardo sopra il bianco e il verde della sua casata, i Tudor (che niente hanno a che vedere con l'ex difensore Igor), e solo nel 1959 fu ufficializzato questo stemma, con la dicitura "Il drago rosso ispira azione"; quella che ha alimentato l'orgoglioso popolo gallese, quella che porterà i più audaci, a compiere il proprio destino, sempre.

giovedì 25 maggio 2017

Un vaso di fiori

C'è un vecchio cartone disney (quelli che guardavamo da piccoli, magari ve lo ricordate) in cui Paperino, un giorno che gira in allegria con Paperina, viene colpito alla testa da un vaso di fiori. Il colpo è forte, e sviene. Ma quando si sveglia, tra le braccia della sua amata preoccupata, accade qualcosa di impensabile: si mette a cantare. Ha una voce fantastica, canta e canta ancora e ancora. Poi vede Paperina, e la gela con lo sguardo; non la riconosce, e se ne va. Da quel giorno Paperino comincia una straordinaria carriera musicale, fatta di concerti in tutto il mondo, mentre Paperina, orfana del suo grande amore, non riesce a darsi pace: le prova tutte per vederlo, per stare con lui, ma in cambio riceve solo dolori, e quello sguardo gelido. Passa un anno, e Paperina, vicina anche al suicidio, va a chiedere consiglio dal dottore: non può più vivere così. Il dottore le svela il rimedio: con un'altra botta in testa, con un vaso di fiori, tornerà come prima. Il dottore la mette in guardia: così facendo lui perderà il suo talento, il mondo non lo amerà più, e tutto il successo, e la fama che ha ottenuto svaniranno, tornando ad essere il papero sfaccendato, impacciato e fallito di prima.
"Decida cosa è più importante signora Paperina: o il mondo, o lei."